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nagasak

29 Maggio 2005 5 commenti

Accadde il 9 di agoto, all’incirca verso le 11 del mattino. Sulla mia bicicletta stavo pedalando verso l’estate, ed un nuovo sole per un attimo sorse. Alle spalle avvertii il bagliore più torrido e potente mai conosciuto, ed un attimo dopo trovai me stesso in fiamme scaraventato a quattro metri di distanza. Stavo lì, immobile, ed il tempo s’era arrestato per sempre. Sul lato sinistro del mio corpo evaporante non v’era più nulla, solo carne viva che colava. Il mio braccio non esisteva più, e la mia coscia era dimezzata. Portai il braccio destro a terra, cercando di rialzarmi, ed allora mi accorsi di non avere più le falangette. Sulle falangine feci forza, strisciando a malapena mi sedetti. Mi toccai la schiena e mi resi conto che la parte esposta al bagliore s’era dissolta. Non avevo più granparte dei miei vestiti. Ero un ammasso di carne viva esposta. Alzai gli occhi attorno, e quello che vidi fu sconcertante ed irreale. Il grosso masso contro il quale caddi, era sbiancato. Tutto attorno a me era in fiamme. Il fiume ribolliva e sentivo l’acqua che evaporava e che mi schizzava incandescente. Cercai la mia bicicletta con lo sguardo, e ne scorsi la sagoma poco più in la. Era contorta e anch’essa agonizzante. Le ruote ed il telaio piegate su se stesse. Scorsi in lontananza una donna che correndo invocava il nome d’un uomo. Era una bagnante delle vicine terme. Al momento dell’esplosione si trovava sott’acqua ed era quasi affogata. Mi aiutò a staccare la pelle che colava dal mio corpo. Non avvertivo dolore mentre tutto ciò accadeva. Poi svenni. Fui trasferito alla periferia di hiroschima, in un ospedale militare da campo. Al mio risveglio ricordai d’aver sognato un lampo spaventosamente bello seguito da un boato raccapricciante. Cercai con gli occhi mia madre, e quello che invece i miei occhi videro si marchiò per sempre a fuoco nella mente.
Accanto a me c’era un uomo col volto completamente capovolto. Non aveva più il mento né le labbra. I denti erano costantemente scoperti e ricoperti da brandelli che faticavano a stare appesi; completamente calvo e cieco, aveva tutto il corpo cosparso da ulcere nere. Ripeteva continuamente la parola ?acqua, acqua? senza mai riuscire a farla entrare nello stomaco. Ogni tentativo gli causava un dolore straziante che lo faceva contorcere. Girai gli occhi verso la parte sinistra del mio corpo e vidi che quello che ne rimaneva era completamente fasciata. Vidi entrare un’infermiera ed un dottore, i quali si avvicinarono a me sorridendo. Con loro c’era un uomo con una macchina fotografica. L’infermiera mi accarezzo il viso e mi disse che avrebbero dovuto medicare le ferite. In quel momento il mio corpo reagì a quanto era accaduto. Nell’istante in cui avvenne, il mio volto cominciò a tartassarmi di dolore, assieme a tutta la parte sinistra. La mia gamba era stata definitivamente amputata e del mio braccio non rimaneva che una sporgenza terminante senza gomito. Cominciò in quel preciso istante una lotta tremenda contro il dolore che mi avrebbe accompagnato per il resto della vita. Il dottore, aiutato dall’infermiera mi fece mettere a pancia sotto, e cominciò a staccare piamo piano le bende dal corpo. Ogni millimetro di fascia che sentivo staccarsi dal mio corpo era accompagnato da pulsanti fitte. Cominciai a urlare, e allora l’infermiera mi fece stringere frai denti un pezzetto di legno. Le lacrime fuoriuscivano copiose ed inarrestabili. Tutt’intorno, un’altra folla di agonizzanti urla copriva i miei lamenti. Terminata la sfasciatura, il lampo del flasch mi fece tornare alla mente il bagliore tuonante che in una frazione di istante riuscì a polverizzare migliaia di persone, e a contaminarne a morte altrettante.
La costruzione di ordigni di distruzione di massa è arrivata a concepire armi capaci di distruggere in un solo colpo 20.000.000 di persone, condannandone altrettante negli anni successivi.
Oggi nel mondo esistono più di 30.000 fra testate nucleari e all’idrogeno capaci di distruggerci tutti all’istante. Sconosciuti invece sono i numeri delle testate chimiche che potrebbero creare danni uguali o superiori all’estinzione di ogni forma di vita cellulare del pianeta.

Oggi che sono invecchiato lottando contro il dolore, mi rendo conto d’aver avuto l’opportunità di morire, senza essere stato capace di coglierla.

Riferimenti: Fra un capitolo e l’altro

oseido e demonia (capitolo 3)

29 Maggio 2005 Commenti chiusi

CAPITOLO 3

Quella che precedette la partenza fu una giornata carica d’ansia e attesa.
Tale stato d’animo particolare era spesso compagno d’Oseido, il quale quando sentiva incombere su se stesso la morsa graduale d’un evento lieto, si comportava esattamente come un pazzo rinchiuso in una stanza ovattata.

«Hei sveglia. Siamo arrivati»
La parola giusta per definirlo in tali attimi era “Frenesia.”
Si spostava velocissimamente da un lato all’altro della casa cercando cose tenute in mano l’attimo prima. Faceva le due rampe di scale correndo e inciampando sempre sui soliti gradini. Usciva fuori dalla porta girando nel giardino senza una meta precisa per poi rientrare, guardare sei secondi la televisione, leggere poche righe d’un libro e controllare ossessivamente l’orologio da polso.
Non sapeva con cosa distrarsi.
Cercava soltanto il modo di far arrivare al più presto possibile la notte e con essa il sonno, sapendo benissimo che tale comportamento non faceva altro che accentuare e rallentare il tempo circostante .
«Driin … »
«Il telefono, questo è Al.
Pronto?»
«Hai fatto le valigie?»
«Si. E ora sono in casa a non far niente.»
«Hai mangiato?»
diede un altro sguardo all’orologio e sorridendo rispose
«è mezzogiorno e cinquanta. Secondo te posso aver mangiato?»
«O.K, allora vieni da me. Sono solo a casa perché i miei stanno mettendo a posto la roulot, e anch’io devo ancora mangiare. T’aspetto.»
Non aveva dato modo di rispondere perché sapeva già che Oseido non avrebbe rifiutato.
Uscendo di casa con velocità assolutamente alta, sbatté la spalla destra al pomello della porta d’ingresso imprecando a voce alta.
«Ah! merda che male, buongiorno signora»
«Buongiorno Oseido, come va?»
«Bene, bene arrivederci.»
Pensò a quanto il vicinato amasse farsi gli affari degli altri per poter poi spettegolare su tutto. Oseido li odiava.
Fece tutto il tragitto con la spalla dolorante, cercando di non sforzarla dando gas al motorino. Era da ormai molto tempo che si sentiva stanco d’usare due ruote soltanto.
Da quasi quattro anni infatti muoveva quell’aggeggio sgangherato a destra e a manca assaggiando freddo, acqua, grandine, gas di scarico, neve e caldo torrido.
Come succede spesso quando ancora non puoi essere partecipe di qualcosa ma la desideri in maniera morbosa, Oseido vedeva nella patente un modo liberatorio per uscire dalla gabbia in cui un ciclomotore ti confina.
Chiedere sempre mendicando passaggi a destra e a manca; essere sempre e comunque dipendente da chi ti scorrazza solo perché ha l’età giusta.
Non lo accettava.
Ma era costretto a subirlo comunque, per cause di forza maggiore.
Si trovò dinanzi alla soglia di casa in meno d’un quarto d’ora.
Premette il pulsante del citofono varcando il cancelletto che divideva il giardino di Al dalla strada.
«Entra bastardello, com’è?»
«Bene, Come al solito. Allora? I tuoi sono andati in quel cesso di campeggio a mettere tutto a posto? Ma a cosa gli serve?. lo e Derivo tanto spaccheremo tutto.»
«Si, sogna. Lo sai che mani ha mio padre no; io parlo e lui vi strappa tutti i capelli con una scherzosa manata.»
«Dio come sei. Non hai proprio il senso dell’umorismo.»
«Metti sul fornello la pentola con l’acqua che io intanto apparecchio.»
Non era la prima volta che i due mangiavano assieme, e tutte le volte che capitava non riuscivano mai a restare sani.
«Dove lo tieni il vino? sai che e maleducazione non mettere a tavola il sangue di Cristo?»
«Senti Ose, il vino io lo metto se questa volta promettiamo di moderarci. O.K?»
«Va bene.»
Avevano mangiato soltanto il primo e già erano ubriachi fradici.
«Fai una canna Al; il fumo l’ho messo nel?. ah no!, ce l’ho nei calzini, tieni falla.»
Oseido aveva intanto preparato il filtro, tagliato la cartina, leccato la colla della sigaretta per sbuzzarla, e versato il tabacco all’interno d’un cocco tagliato a metà.
«AI ma che fai?, è da venti minuti che scaldi ‘sto fumo e ancora non hai finito.» «Non mi rompere le palle.>>
Finalmente verso le quindici e trenta, stava per rullare l’agognato piolo quando «Maremma maiala s’è rotta la cartina, NOOO!!!»
«Mi toccherà imparare a rullare, via. Tienine un’altra.»
Finalmente dopo quasi un’ora di agonia i due si sedettero davanti la televisione spenta ad ascoltare lo stereo.
Fumavano sdraiati sulle due poltrone fin troppo comode, mentre per tutta la casa il volume altissimo intonava i ritmi ipnotici e pazzamente complessi dì “Pork soda” dei Primus.
«AI. Pensi che ci divertiremo quest’estate in quel campeggio da vecchi?» «Spero di si. Anche perché un altro posto dove andare senza spendere una lira non ce l’abbiamo.
E visto che non possediamo un soldo neanche a pagarlo, conviene divertirsi ugualmente anche a costo di spicchettare tutte le tende dei pensionati e fotografarli quando se ne accorgono.»
«Per il viaggio quale macchina prendiamo?, la tua o quella di Derico?» «Prendiamo la tua no?»
«Vaffanculo.»
e sentendo questo Al, pose la mano destra cinque centimetri sotto l’ombelico.
Oseido era il più piccolo dei tre; lo era sempre stato.
Ma questo non gli recava alcun problema in quanto con la gente più grande s’era sempre trovato benissimo.
L’unica cosa che non aveva mai capito era il motivo per cui fosse sempre stato accettato da persone anche molto più grandi di lui. All’età di quindici anni usciva già con gente che ne aveva ventuno – ventidue – senza nessun problema.
A dire il vero Derico e Al poteva considerarli i primi amici quasi sui coetanei.
«DRIIIN!!!!!»
«Pronto? ah ciao mamma, si, abbiamo mangiato»
Quella era una delle situazioni che a Oseido piacevano da matti.
Al era semi ubriaco con una canna in mano e stava per entrare in un labirinto di spiegazioni dove Caronte aveva le sembianze della madre.
Per facilitargli il tutto Ose si piazzò a trenta centimetri dalla sua faccia iniziando a proporgli una serie di smorfie con dita nel naso che avrebbero fatto ridere chiunque.
Mentre il povero sventurato cercava di rispondere con un tono di voce accettabile al terzo grado, stava tirandogli addosso tutto quello che aveva sottomano.
«Cosa sono questi rumori? Al. Non starete mica spaccando qualcosa!?!>> «No mamma è che Tommy è uscito e ha urtato la mensola. Comunque?» «EEEEH!!!???, hai fatto uscire Tommy? Ma lo sai che spela da tutte le parti!!. Che ha fatto cadere?!!. Disgraziato!!!»
«Niente mamma, niente. Senti, qui va tutto bene che c’è?»
«Se quando torno non hai messo tutto a posto giuro che ti vendo!.»
Intanto Oseido era piegato in due dalle risate riverso sul tappeto del salotto. Vedeva l’amico sudato e rosso in viso, che non sapeva più dove andare a parare.
«O.k. Va bene, si, ciao.»
A quelle parole Ose si lanciò di corsa verso il cesso sfuggendo per un pelo alle grinfie di Al.
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«Ha! ha! ha! ha! ha! se avevo una telecamera potevo vincere cento milioni a Paperissima.»
Così dicendo aprì la porta con le mani alzate urlando
«Sono innocente, m’arrendo.»
«Dai esci di lì e dammi una mano a mettere a posto. Che se tornano e trovano questo casino è la volta buona che mi spezzano sul serio.»
Misero a posto la casa in un’oretta, prendendosi in giro tutto il tempo.
Quando si trovava con gli amici Oseido esibiva se stesso come un’altra persona.
Sembrava che le paranoie non lo accompagnassero stando assieme agli altri.
Sapeva comunque perfettamente che era tutta un’illusione, in quanto quella messa in scena fatta di battute idiote e atteggiamenti perennemente scherzosi, non faceva altro che accentuare l’illusoria facciata esteriore che faticosamente portava appresso.
Se qualcuno l’avesse visto in solitaria compagnia di se stesso, mentre cercava di piangere senza successo; forse la maschera da sortita non avrebbe più avuto lo stesso colore e forza.
Le persone non potevano sapere quante volte, in particolari situazioni, sentisse all’interno una sorta di vibrazione dolorosamente pungente che scuoteva tutti i sentimenti cercando di comunicargli in una lingua sconosciuta quel qualcosa per lui incomprensibilmente vivo.
Nella casa solitaria dell’amico il tempo era trascorso, e ormai mancavano una manciata d’ore alla partenza.
«Quanta roba hai messo in valigia?. Io una quindicina di mutande, paia di calzini, qualche maglietta, sei paia di pantaloni e tre paia di scarpe.»
«Press’a poco ho portato la stessa roba anch’io.»
«A che ora hai fissato con Deri per la partenza?»
«Alle sei e mezzo passiamo a prenderti da casa. E mi raccomando puntuale.» «lo sono sempre puntuale, casomai sarete voi a »
«DRRRRIIIIIN!!!!!»
«Se a questo giro fai lo stronzo, giuro che ti lascio passare le ferie nella nostra ridente città del cristallo.»
«DRRRRIIIIIN!!!!!!»
«Pronto?, ciao Deri. Stavamo proprio parlando della tua faccia da cazzo.
Te la ricordi l’ora della partenza vero?»
«Si. Mi passi a prendere alle sette e poi andiamo a caricare Ose.»
«O.K, adesso lo sa anche lui, ma è meglio se non ci parli perché da quanto è giovane non ce la fa neanche ad alzarsi dalla poltrona.»
«Traviatore!. Cos’avete fatto in codesta casa della perdizione!! e in mia assenza per giunta!!! BASTARDI!!!. Che fate stasera, uscite?»
«Credo proprio di no. E tu che fai?»
« Credo andrò a fare una visita alla cara nonnina sola. Sai com’è?>>
Quando Derico era a corto di soldi – e cioè molto spesso -, andava a fare una visitina alla cara nonna sola.
“Casualmente” aveva scoperto il nascondiglio della sua pensione, dunque, tutte le volte che capitava da quelle parti?
Una volta Derico disse a Ose
«Sai; mia nonna ha un conto in banca che supera largamente quello di mio padre. E per di più non esce mai di casa.
Non credo d’andare all’Inferno se gl’alleggerisco un po’ la borsa.»
Aveva un modo talmente malizioso e innocente allo stesso tempo di fare le cose, che ogni volta la passava liscia.
«Che ha detto Deri?»
«Che va tutto bene. Che stasera non esce. Che andava dalla nonnina.» «Un’altra volta? è già la seconda visita questo mese. Prima o poi lo pizzicano e allora sono cazzi suoi.»
«NO. Lui sa come farlo.
Sono due anni che riesce persino a passare bene coi suoi.
Lo lodano dicendo che è l’unico a ricordarsi dell’esistenza della vecchia.» «Senti Al, adesso me ne vado. Ci sentiamo domani.»
Rimontò in sella al bolide bianco facendo questa volta un tragitto alternativo per evitare d’incontrare la polizia.
Verso quell’ora infatti i simpatici ometti blu erano soliti appostarsi a un chilometro da casa sua, proprio sulla strada principale.
Ed il più delle volte dato che non avevano nient’altro da fare, si divertivano a prendersela coi minorenni senza casco.
Una volta dentro casa, si sedette davanti al videoregistratore a cercare fra quel casino di videocassette sparse un po’ ovunque.
La passione per i film l’aveva nel sangue; e da tanto – troppo tempo – amava vivere all’interno di quell’universo fantastico ruggente magicamente in miseri pezzi di plastica.
Era stata l’azione l’accompagnatrice dei suoi giovani anni.
Il maestro di tale arte portava indiscutibilmente il nome James Cameron; che con i suoi Alien 2, Terminator 1 e 2, The abiss; True Lies, Titanic, l’aveva cullato dolcemente fra le braccia.
Stava dunque cercando fra centinaia d’etichette adesive, ma la voglia gli passò subito e si sdraiò sul sofà grigio smorto a riposare.
Attendeva il ritorno di Rosa dal lavoro per pranzare ma, come accadeva per il pomeriggio, anche il rientro serale veniva condizionato dall’affluenza di clientela.
Erano le diciannove e trenta, e mentre si girò per prendere il telecomando, fece uno scatto talmente veloce e terrorizzato da rimanere nel panico.
Alla destra di questo infatti era poggiato un ragnaccio di campagna troppo grande per i suoi gusti.
Oseido soffriva d’aracnofobia dall’età di circa due anni. Malattia che era stata rafforzata poi ad arte dal padre.
Quando possedette sette anni, venne reputato infatti pronto da lui ad assolvere alcuni dei tanti compiti domestici quali lavare due volte la settimana le tre macchine, falciare il prato due volte al mese, pulire l’area sottostante alle grate, ecc?
Le odia tuttora quelle dannate inferriate marroni; e il ricordo ossessivo di come ci venisse calato dentro per pulirle dalle foglie lo fa tuttora vomitare.
«Mamma non ci voglio entrare in quei buchi. Ci sono i ragni»
ma a nulla valevano delle dannate implorazioni a una madre, che se avesse avuta la giusta tenuta emotiva si sarebbe calata lei in quelle fosse buie colme di foglie e sporcizia.
«Pulisci tutto!! ma di cos’hai paura?!. Non ti divorano mica!»
Una volta provò a piangere gridando in maniera stupida ma; fu l’unica volta che si permise di farlo.
«La vedi questa?»
e con la mano reggeva la pesante grata incrostata
«Se non ti zitti la rimetto a posto con te dentro. E usa quelle mani!!, lo vedi quante foglie ci son’ancora?!?!.»
S’era permesso di fare una cosa che lui aveva sempre reputato odiosa.
Piangere.
Menia non riusciva a stare zitta neanche con la forza; dunque le botte arrivavano puntualmente dopo il primo sguardo d’avvertimento.
Oseido invece, già in tenera età reagiva in maniera sottomessa e forse più furba.
Da quella volta imparò a soffocare il pianto in maniera quasi sistematica.
E imparò a farlo così bene, che tutt’oggi non ce la fa a sfogarsi coi singhiozzi. «Ragnaccio, e ora come faccio ad ammazzarti? ma guarda se dovevi venire a rompere proprio qui.»
Dal ribrezzo che quell’essere peloso incuteva nelle ossa, non riusciva neanche ad avvicinarlo con la pantofola. Decise però di compiere un atto di coraggio.
Corse in cucina, prese un grosso boccale di birra e lo piazzò quasi ad occhi chiusi sopra l’animale a mo’ di gabbia.
Ad ucciderli non era buono, ma con quello stratagemma sua madre avrebbe potuto ammazzarlo.
Uscì dalla sala velocissimo dopo aver guardato un’ultima volta quell’essere contorto. Quando gli animalacci se li trovava attaccati alle pareti di camera, era una vera e propria tragedia.
Andava indiscutibilmente a svegliare la povera mamma nel cuore della notte per farglieli uccidere davanti ai suoi occhi. Se gli esseri scappavano nascondendosi dietro qualcosa, allora era proprio la fine.
A causa di tali drammi – per fortuna non frequenti -, spesse volte si trovò costretto a dormire nel lettone matrimoniale di Rosa come faceva all’età di diec’anni.
«Tlac, tlac, tlac?ciao Ose, dove sei?»
«In cucina mamma. Vieni, vieni, c’è un lavorino per te.»
Le dette un bacio su una delle sue guance rossastre abbracciandola forte e sussurrando,
«C’è una bestiaccia che t’aspetta sul tavolo del salotto.»
La prese per mano percorrendo il tragitto fino a due metri dal bicchiere rovesciato
«Lo vedi il boccale? sotto c’è uno dei miei migliori amici che chiede di te»
la donna si spinse fin sopra la prigione cristallina mettendosi a ridere.
«Ma non potevi ammazzarlo con la scopa o con la ciabatta?»
«Si, si, scherza. Io quegl’affari non li tocco neanche con guanti spessi un chilometro. Per favore dagli l’estrem’unzione e mettilo nel frigo. Che se mi viene fame domattina lo cucino coi piselli»
«Portami un po’ di carta igienica va’.»
Gliel’aveva visto fare centinaia di volte ma, in ogni occasione i fiotti di vomito non tardavano a farsi sentire.
Scostò il boccale con una naturalezza inaudita e lo spiaccicò coi pollice e l’indice avvolti nella carta igienica.
«IIIII!!!!! che schifo! buttalo nel cesso!»
«lo ce lo butto, ma se poi è sempre vivo e ti sale sul culetto?»
«Vorrà dire che ti troverai un figlio in meno da sfamare.»
«Che si mangia stasera Ose?. Cosa ti va di mangiare?»
«Non lo so mamma, ho poca fame. Per me puoi fare anche soltanto il secondo.»
Mangiò poco quella sera, e dopo dette un’ultima controllata alla roba per il viaggio.
Erano le ventidue e trenta; ma d’avere sonno non se ne parlava. Aprì la porta di casa ed uscendo, s’accorse di quanto il cielo fosse popolato quella notte. «Mamma, io vado di sopra»
«Dove, a letto?»
«No. Sul tetto.»
Ormai non ci faceva più caso. Ma le prime volte che gliel’aveva visto fare ebbe una paura tremenda per l’incolumità del figlio.
Ci vollero molte rassicurazioni e promesse per farla tranquillizzare; ma alla fine la convinse facendo vedere come non ci fosse nessun pericolo di cadere
«O.k. Ma resta sul pianerottolo, non sulle tegole, intesi?»
«Certo mamma.»
Oseido mantenne la promessa per circa due mesi. Poi col trascorrere degli anni raggiunse finalmente il punto da lui sempre sognato.
Metteva una coperta sulla parte spiovente del tetto, coi piedi penzoloni nel vuoto e completamente sdraiato nella notte.
La zona della casa era incontaminata dalle luci dei lampioni o degli altri edifici; e in serate come quella lo spettacolo del cielo mandava la mente fin sopra i bagliori assurdamente stupendi.
Rimaneva lassù per ore, e i problemi sembravano volare lontano lasciando l’anima libera e magicamente pulita.
Era come se lo sguardo si proiettasse nell’infinito perdendo la via del ritorno.
Mai nella mante s’accavallavano tanti pensieri, azioni, immagini assurde come in tali momenti.
Tuffandosi nel labirinto senza uscita sentiva che la vita, assieme agl’inganni e le promesse fasulle cullate da sempre nel seno, si sgretolava all’istante senza acquistare alcun senso se non quello d’essere assurdamente insignificante.
A lui sarebbe bastato questo.
Vivere l’esistenza ammirando le bellezze dell’ignoto sparso nell’aria, senza la presunzione di comprendere o capire.
Ma solo d’ammirare.
La notte con l’asfalto di bagliori pulsava simmetrica assieme al battito del cuore, sprigionando affascinanti lampi celesti presagici di pioggia.
L’acqua non poteva far paura; e i graffi di luce mandavano talmente in extasi, che neanche il diluvio sarebbe bastato a smuoverlo.
Nessun prezzo avrebbe pagato tale spettacolo. E la grandezza di madre natura non chiedeva alcun dazio.
Pericolosamente sentiva che il corpo voleva scivolare verso il vuoto; e tutte le volte che capitava, un profondo rammarico lo rapiva assiduamente per quella privazione innaturale fatte alla sua specie.
Non era possibile volare fra le stupende forme lucenti, se non come stava facendo mentalmente; e questo lo faceva sentire ancor più un animale confinato all’interno dei mondo.

Per ogni singola battuta idiota, per ogni risatina forzata, per tutte le occasioni in cui non faceva altro che aumentare e innalzare più alta la facciata di tranquillo senza pensieri, si faceva schifo.
Anche quel giorno, nell’assurda felicità ed eccitazione donata agli altri, non riusciva a far altro che piangere dentro ridendo imbecillemente fuori.
Perché stava facendo quel viaggio?, cosa sperava di trovare?, o da cosa cercava di fuggire?.
Forse l?immaginazione correva, correva nei meandri della coscienza urlando al mond’intero una frase scandita che solo adesso, scrivendo, posso capire.
«Lasciami volare libero fra le maglie del ricordo…… »
E allora hai vinto. Finalmente ho compreso questa voce.
<>

Mi trovo sul sedile posteriore; guardo fuori; vedo lunghissimi solchi di campi arati correre assieme alla macchina sobbalzando con le buche dell’asfalto.
Fa caldo.
Un calore torrido, umido-avvolgente e platonico che fa sudare il viso.
Odio quando il sudore cola da sotto gli occhi fin sopra gli zigomi precipitando sulle labbra.
Le maglie di tutti sono da tempo volate all’estrema mia sinistra; e i torsi nudo biancastri portano evidenti segni d’un inverno rigidissimo da polo.
Probabilmente come di solito accade, domani pomeriggio prenderemo frai denti una tale solata che a contare le gallore verrà il mai di testa.
Il vento proveniente dai finestrini anteriori mi dà un fastidio enorme; ma senza tali feritoie la vita all’intero dell’abitacolo sarebbe impossibile.
Impossibile lo è comunque. Dunque apro anche i finestrini posteriori, lasciando che una tempesta di vento spazzi via tutto il fuoco.
La vettura arrotola sotto le gomme chilometri e chilometri roventi, e io assieme a me stesso lascio che le distanze calpestino ali alla malinconia.
So già che tutto sarà inutile; sempre tutto lo è stato e forse non avrà mai fine.
Cosa cerco – cosa voglio – non lo so.
è che non posso passare ogni giorno illudendomi che domani sarà più bello, folto e rigoglioso.
Mi vedo come un bellissimo mazzo di rose nere dentro al vaso. L’acqua potrà anche essere cambiata ogn’istante ma; quando l’incisione è compiuta, un fiore dura al massimo poche settimane.
L’andare oltre lo sento simile al nero della rosa. Poche settimane ed addio.
O forse basterà quest’estate, che già dà l’aria d’essere diversa.
è strano ma, certe volte capita di supporre qualcosa. Non so un avvenimento, un’immagine, un suono. E magicamente tutto s’avvera lasciando di stucco il corpo vacillante.
Sta succedendo proprio adesso.
Il tutto riecheggia sghignazzando rapido sotto la corteccia celebrale, stando ben attento a sparpagliare confusamente il sentiero d’immagini.
Lento ricompongo maldestramente tasselli incombacianti.
Ho quasi la certezza di nuotare verso qualcosa d’indecifrabile, ma che sconvolgerà tutto ciò in cui son’abituato a credere.
Non una parola esce da queste labbra. Mentre due ragazzi stanno ridacchiando per essermi venuti a prendere volutamente con mezz’ora di ritardo, me ne sto qui dietro sorseggiando piccole gottate di decibel frullate in Heart Work dei Carcass.
Chissà adesso cosa fai, mia cara Rosa. Sarai sicuramente presa con una delle tante vecchie acidamente striminzite che fa dell’esigenza un grido di battaglia.
Sarai coi ferri da lavoro in mano e annuirai interessata a pallose storie familiari confezionate per essere disperse al vento.
lo invece sono qui. A godermi ferie lautamente immeritate che tu non prendi da anni.
Che schifo.
Ebbene questa è la vita divertita sulle spalle di qualcuno.
Vorrei avere la forza di gridare CHI SE NE FREGA!, invece di contorcermi in miliardi di seghe mentali mentre tu sei contenta del divertimento che provo.
La macchina si ferma fra centinaia di bare metalliche con migliaia di gomme.
Ecco le ore preventivate per l’arrivo accavallarsi una sull’altra creando orge avvilenti e lunghissime.
Siamo fermi, implotonati fra masse di sconosciuti press’a poco nell’Inferno.
Non dico una parola. Non compio un gesto.
é calato un gran sipario marmoreo su questo lungo viaggio durato poche ore. Quasi sera. Avvolge la località turistica una nebbia di smog. Siamo arrivati.
Dalla ferrovia si dislocano dodici chilometri prima dell’ingresso al “Camping Pyer”. Eccolo, lo vedo.
«Sono Al; mio padre ha piazzato la roulot nella piazzola numero sedici. Ecco i documenti di tutt’e tre.»
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«Ssssccc dobbiamo starci delle settimane in questo posto, non farci buttar fuori prima d’essere entrati; pezzo di def..»
«Tutto a posto. Il regolamento del campeggio è affisso in bacheca. Leggetelo.»
<>
<>
Entriamo con la macchina nell’intricato labirinto di stradette biancastre.
Passiamo davanti alla direzione e a un edificio immenso che contiene decine di cessi, lavandini, docce, specchi.
A prima vista vedo che i sospetti risultavano fondati. In tutto il tragitto avrò scorto infatti si e no sei giovani superanti i dieci anni. E per di più tutti maschi.
Al ha assicurato che di giovani anche più grandi di noi ce ne sono, ma quello che vedo finora mi sembra poco meno d’un ospizio mal organizzato.
Niente piscina all’aperto; niente discoteca; niente campi da beach volley; neanche un cazzo di bocciodromo. Questo sembra il paese dei relax.
O più realisticamente parlando, del BEN VEGETARE.
«AI, ma dove minchia siamo capitati?. Qui non si vede una fica neanche a piangere. Mi sa che inizieremo presto a spicchettare le tende.
Domani comprate i rullini, che alla macchina c’ho già pensato.»
«Abbiate fiducia ragazzi. Sono sei anni che vengo in questo posto e v’assicuro che è pieno di giovani. Se comunque non vi piace, non dovete far altro che levarvi dalle palle così me ne sto più largo.»
Una sonora pernacchia accompagna questo discorso.
«Questa è la nostra roulot con veranda. Sbrighiamoci a scaricare così vado a mettere la macchina nel parcheggio.»
lo e Derico traslochiamo tutto l’armamentario per terra, costruendo in poch’istanti castelli di valigie e zaini color arcobaleno.
Dando un’occhiata a ciò che sta attorno, una curva contorta trafigge i visi ammutoliti.
«Pare proprio il paradiso eh?»
«Si. Quello degli amorfi.»
Trasciniamo a calci e pugni le valigie di Al dentro la veranda, mentre le nostre le carichiamo sulle spalle.
Il soggiorno nell’isola felice comprende pranzi e pernottamenti coerentemente distribuiti in: mini roulot con letto a due piazze e letto a una; veranda coperta con dentro un letto matrimoniale; frigorifero; tavolo da campeggio esterno al tutto, cucinina da campo accanto al tavolo; stop.
Sopra le teste, un mega telone verde parasole.
«Beh, almeno potremo farci i cazzi nostri e dove dormire ce l’abbiamo.
Non capisco però come mai ci sia questo letto matrimoniale fuori dalla roulot.»
Frastornati dal viaggio, gettiamo i corpi sopra al letto facendo scavalcare in un lampo le menti dalla stanchezza.
Lo fanno i pazzi. Questo lo so. Ma guardo il soffitto di plastica e coi colori che vi son’impressi costruisco delle immagini più o meno reali.
Sento la lieve brezza giungente dal mare riempire la stanza (anche una grande tenda a volte può diventare una stanza) d’un odore strano.
Sarà salsedine o qualche aroma trasportato dai campi di betulle. Profumo d’estate; fragranza assurdamente bella.
Sprofondiam’entrambi nel sonno. Quanto tempo sia passato non ricordo.
Sicuramente poco, visto che il parcheggio è a pochi minuti dalla roulot.
In questo periodo un sogno durato per ore ha preso in ostaggio il mio corpo calandolo nell’occhio del ciclone.
Il marasma fatto di carne umana dimena gli artigli all’interno d’un salone enormemente immerso nel buio pesto.
Ho già visto tale serata mesi fa, nella sala principale del Back.
Questo è un locale in cui riesco a divertirmi anche più che in discoteca.
Si tratta d’una rok-teca, e lo scenario è ben diverso da quello in cui si è immersi nelle discoacropoli.
Niente mani ritmicamente mosse; niente rimbombo continuo. Solo puro e malvagio pogo.
Nel sogno l’esperienza passata si materializza in modo contorto e assurdo.
Un nugolo di persone d’età incompresa ha spasmi continui di vomito acceso.
Risse vere e proprie consumano lo sfondo d’uno scenario apocalittico.
Teschi, demoni infuriati e serpenti guardano divertiti lo spettacolo.
Ci sono mascelle spappolate ovunque; attaccate a orde di nazi-punk in acido.
Donne col dark stampato addosso mescolano baci a coiti interrotti. Figure ancor più orrende strisciano silenziose tatuandosi addosso a corpi e muri.
La musica impazza atrocemente, ed è così sconosciuta alle orecchie da farle rimanere per attimi assordate da extasi sonora.
Gira di tutto. Dagli psicofarmaci all’eroina. E forse anche di più.
Ma questo non posso dirlo con sicurezza, in quanto nei sogni capita di vedere o immaginare cose pressoché impossibili.
La scena è più o meno questa: un essere con lungo giaccone di pelle nera e volto scuro, s’aggira incolume fra la folla.
Solo; con un paio d’occhiali neri e un unicorno in mezzo alla fronte.
Gli s’accosta qualcuno che bisbiglia qualcosa, ed ha un ago infilzato frai tendini.
Egli lo guarda fisso in mezzo agli occhi, facendo un cenno con l’occhio destro.
Punta l’indice sinistro sul suo petto, e con l’unghia affilatissima squarcia pelle e vestiti incidendo sullo sterno una croce rovesciata.
Nel sogno quasi ho voglia d’urlare.
L’inciso davanti agli occhi divertiti dell’essere, muta in maniera velocissima assumendo sembianze animali.
L’uomo col corno ammira lo spettacolo dal punto in cui tutto è cominciato.
L’animale scatta in avanti, lo scavalca e azzanna al centro della pista una donna a cui inghiotte gambe e tutto senza masticare.
Un lago di sangue. Tutto diviene un lago di sangue.
Poch’istanti fanno nascere il massacro più orrendo dei secoli.
Organi d’ogni genere e forma rotolano sotto le punte di ferro degli anfibi, sparpagliando rumori e schizzi dappertutto.
Nessuno urla o fiata minimamente qualcosa. Tutti continuano a sfracellarsi l’uno sull’altro ed anzi, il tutto sembra provocare gusto.
C’è gente arrampicata sul soffitto che lascia cadere il corpo nel mucchio. Quasi tutti i gomiti finiscono dentro le bocche spappolandosi assieme a denti e nasi. Chi cade finisce stritolato o affoga nei conati; non c’è modo di capirci qualcosa. Sembra che il seme della follia sia stato scaldato dal corno bizzarro per essere gettato nella mischia. E tutto ha fine in modo assurdo come l’inizio.
L’animale completamente purpureo, balza nuovamente innanzi allo pseudo padrone inginocchiandosi.
Lui l’afferra per la gola infilandogli l’unicorno in mezzo agli occhi, e beve avidamente il sangue sgorgante.
L’angoscia m’uccide; ma a un tratto scorgo fra la massa di corpi ancora urlanti, un’altra figura incolume che si fa strada con la mano sinistra tesa.
Con l’avvicinarsi riconosco fattezze di donna. Il volto buio è coperto da riccioli dello stesso colore. S’avvicina, s’avvicina alla persona che neanche so d’essere, prendendo la sua mano……
«AAAAAH!!!»
«Sveglia Ose, sono Al. Svegliatevi ragazzi che dobbiamo festeggiare l’arrivo.»
«Uuuummm?si?festeggiare. Ma da quanto tempo abbiamo dormito?» «Come quanto tempo! Neanche dieci minuti e vorresti dire che t’eri addormentato? E tu Deri?, anche tu facevi compagnia a Ose?.»
è strano come nei sogni il tempo abbia la facoltà di dilatarsi.
Intere nottate svaniscono in poch’istanti e ti senti preso in giro dal tempo bizzarro che si burla di te.
«Vi siete addormentati su questo bel lettone eh! Vi piace o volete dormire in roulot?»
«Era appunto questo che volevamo chiederti. Perché ci sono tutti questi letti?»
«Beh. Uno matrimoniale è per due di noi; quello a una piazza è per quello che rimane fuori e?»
«E?»
«E l’altro è riservato ai miei genitori.»
Ero certo che le cose non potevano essere esattamente come Al le aveva raccontate. Questa ne era la prova.
«I tuoi genitori?!»
«Si. Il fine settimana hanno deciso di trascorrerlo con noi.»
Siamo degli ospiti, dunque le obbiezioni sono fuori luogo.
«Per lo meno però abbiamo la macchina; così in quei giorni possiamo svignarcela dai tuoi
«Invece non l’abbiamo.»
Spero scherzi
«Hanno deciso che la macchina gli serve, dunque – realisticamente parlando – siamo appiedati in un posto di merda.»
Non possiamo farci prendere dallo sconforto per così poco (meglio credere che sia poco, non facendo diventare il sangue amaro).
«E adesso che si fa?»
«Dobbiamo tirare fuori di valigia la roba da mangiare e prepararci la cena.»
A volte Al è un maestro nel girare a suo favore le risposte.
lo di cibo non è che ne abbia portato poi molto, credendo d’andare a fare la spesa una volta arrivati. Purtroppo non sono stato il solo ad avere tale idea; dunque la nostra grande cena consiste in tre scatolette di tonno Coop, un po’ di creachers e dell’acqua.
«Che ore sono?»
«Le ventuno e venticinque.»
Il lauto pranzo sta volgendo al termine. Dobbiamo iniziare i preparativi per il divertimento. Come fulmine nel buio, la voce di Al c’illumina.
«Ragazzi venite un po’ qua?»
Un ghigno malvagio percorre repentinamente le retine. L’enorme cassa di birra si trova infatti prostrata davanti la bombola del gas.
Ventiquattro bottiglie di Moretti da tre quarti fanno capolino dal plastico strizzando l’occhio e dimenando sensualmente il corpo vitreo.
Guardiamo reciprocamente i visi esclamando
«Agliagliagliagliagliagliai!!!!!!»
«Chi è l’artefice di questo miracolo?»
«Ragazzi, mi sa che dobbiamo una cena a babbo Raffaello.»
Sparecchiamo la tavola (tre piatti di plastica, tre forchette di plastica, tre avanzi di tonno?di plastica), e ci gettiamo a peso morto sulle sdraio sgangherate.
«In tutto, quanto fumo abbiamo?»
«Un cinquantine in tre. E occhio a fare i pioli in giro. L’anno scorso i minchiono hanno arrestato un fottio di persone.»
La nostra sfortuna è che il campeggio si trova a meno di dieci minuti dal Turtle.
è questa una delle poche discoteche aperte durante il periodo estivo; e visto che i fradici delle discoteche progressiv non possono stare un sabato senza ballare, s’accontentano anche di questo cesso di posto.
Il brutto è che questa gente porta con se quintali di droghe d’ogni genere; dunque controlli di polizia, Carabinieri, Finanza, Nas e Gesù morto abbondano in tutto il circondario senza fare prigionieri.
Questo posto di merda non è un Macello come tutti gli altri; è poco più d’un pianobar con musica commerciale e latino americano.
Eppure è stato naturalmente chiuso per droga centinaia di volte, e fuori dallo stabile non passano serate senza risse, coltellate o sparatorie.
Abbiamo dunque l’esercito a venti centimetri di distanza, e neanche una possibilità d’errore.
«Bene. Facciamo una bella una canna.»
Derico s’esprime in un rullaggio a bandiera perfetto che mette ancor più in evidenza le sue doti artistiche. Accende la torcia e lascia che il fumo bianco-sporco lo trasporti all’interno del corpo
«Questo cioccolato è un po’ paraffinato ma non è malvagio. Non come quella squisitezza di Maria che abbiamo preso a Firenze. Eh ‘raga?»
Occorre una doverosa spiegazione di tale fatto; dato che per poco le ferie non le facevamo davanti a un giudice di cassazione.
Quando quindici giorni fa, Al disse di avere a disposizione la roulot; un impeto di frenesia sbocciò nei cuori – negli animi – ma soprattutto nei borselli si tutti.
I pochi risparmi che ognuno aveva messo pazientemente da parte durante l’anno, adesso trovavano una collocazione profondamente atta a far del bene (anzi dell’ottimo).
« …. ..che palle. C’è solo Maria in giro.»
«Manna se c’è quella.»
«Ma il tuo amico?come lo chiamano dai!, quello col tribale sul collo. Non era lui che doveva fare la storia d’un chilo di a?»
«Ose; quello l’hanno beccato la settimana scorsa con due etti di coca e sessanta paste in casa»
«Ah. Allora che si fa?»
«Si fa che andiamo a Firenze e lo compriamo»
«In piazza?!, ma quei marocchini di merda tirano delle inculate da andare in ospedale a farsi mettere i punti»
«No. Noi cerchiamo i senegalesi; e poi senti. Abbiamo due alternative soltanto.
La prima è che compriamo una decina di vasi, un sacco di terriccio e del concime. Guardiamo quand’è che la luna diventa nuova, piantiamo una cinquantina di semi di super skunk dai cimini rossi, aspettiamo qualche anno e a diciannove anni – se la pula non c?ha beccati prima – fumiamo la miglior Maria d’Italia»
«Deri, ma vaffanculo»
«No! No! Aspetta.
Due. Ci buttiamo su un treno con uno zaino vuoto; andiamo in una piazza come quella di Bobolino; troviamo un senegalese tranquillo e ci facciamo dare mezz’etto di fumo»
«Si. E tre, porti ?mammà che ce la da per tutte le ferie.»
«Dunque che si fa?»
«Firenze.»
Riferimenti: oseido e demonia (capitolo 3)

oseido e demonia (capitolo 2)

29 Maggio 2005 Commenti chiusi

CAPITOLO 2

Conoscete i macelli?
Naturalmente non quei posti dove s’uccidono e mutilano animali da banchetto per venderli spezzettati. Intendo quei luoghi o quelle situazioni dove caos e marasma regnano indisturbati fra la folla sudata fradicia che urla, scalcia ed agita il corpo come ossessionata dalla musica.
Era proprio all’interno di quei casini che a Oseido piaceva passare la grande maggioranza dei sabati sera.
Aveva naturalmente delle preferenze in materia; ma in genere gli bastava trovarsi in mezzo a uno di essi per essere soddisfatto.
Derico in materia di macelli era il più ferrato; anche se a lui piacevano soltanto quelli in cui era la Progressiv a farla da padrona.
La prima volta che Oseido si trovò con Derico nell?epicentro di uno di essi, aveva sedici anni compiuti da poco, e una grande ignoranza riguardo a quel tipo di musica.
L’ignoranza sparì dopo dieci minuti che il rimbombo fece sentire il tuonare continuo ma; la curiosità di scoprire come ci si muovesse in quegli ambienti catturò la sua attenzione per tutta la nottata.
Si trovavano all’interno di una delle più valide oasi per gli amanti del genere, e questo rese ancor più affascinante il tutto.
La musica nell’arena piena zeppa in cui si ballava era fortissima e continua. Sui cubi donne con stretti pantacollant o semi svestite, si contorcevano facendo infiammare la massa sottostante.
In consolle i DJ più quotati del momento giravano dischi pesissimi che non davano tregua.
In tutto lo stabile non c’era un luogo dove non si sudasse anche stando fermi e, in pista la gente era fradicia da fare schifo.
A Oseido tutto ciò piacque in maniera pazzesca, e si mise in mezzo a tutti ballando come un forsennato al fianco di Derico.
Per circa mezz’ora vibrarono velocissimi; poi Derico lo prese per un braccio tirandolo verso i cessi, dove la musica era meno forte e si poteva anche parlare.
«Allora, lo vuoi un mezzino o no?»
«Mi fanno schifo al cazzo Deri, lo sai. Tu comunque fai quello che vuoi. A me tanto non me ne importa niente.»
Fu proprio questo che in quel momento gli piacque essere. Uno dei pochi sani all’interno d’un sacco di “chicche”.
Aveva sentito parlare molto di come la gente sì spaccasse fra le mura di quei posti; dunque fu preparato e consapevole di tutto ciò che girò attorno a lui quella notte.
Fece caso mentre ballava a tutti i movimenti strani, agli sguardi furtivi, agli scambi e ai pagamenti che riuscì a immortalare nel cervello.
L’occhio non era alienato come magarì quello che ebbe dopo un anno nel solito posto ma, facendo un resoconto frai due si può dire che quella sera non si perse poi tanto.
Riconobbe subito l’odore del fumo, ma a dire il vero aveva sempre creduto che in quei posti si fumasse molto di più. Vide scorrere invece fiumi di pop in boccette di vetro; calare e vendere senza sosta cartoni, pasticche, capsule ecc…… In bagno vide gente farsi piste di coca sul porta sapone.
Comunque il tutto non sbalordì o traumatizzò Oseido, che paradossalmente era favorevole a farsi solo le canne.
Non lo schifò come successe a molti suoi coetanei che per errore incappavano in quei posti, e anzi si ripromise di tornarci appena ne avesse avuto la possibilità.
Ora era uno di quei sabati che gli piacevano tanto, e fissò che Derico lo venisse a prendere quando finiva di pranzare.
Erano entrambi in una lista omaggio chiamata “Tao discordia”, solo che se non arrivavano prima dell’una, la lista se la potevano cacciare nel culo in quanto dopo quell’ora i bastardi facevano pagare l’ingresso a prezz’intero.
Come sempre Derico arrivò tardissimo, e alle ventitré e trenta non si trovavano neanche a metà strada. Il luogo dove erano diretti portava la scritta Direttiva quattro su una riduzione fiammante in cui mancava un pezzo col quale era stato fatto un filtro.
La strada Derico non la conosceva, e su quel cartoncino spaziale non veniva menzionata neanche una cazzo di via.
«Se mi fai spendere cinquantamila per l’ingresso giuro che m’incazzo.»
«Stai calmo, basta affidarsi al santo culo e tutto si sistema.
E poi non Sarà mica nascosto ‘sto posto.
Giulia ha detto che dovevamo fare questa strada fino al bivio per…… AH! eccolo, il bivio per CASTELLO!»
Dopo un’ora avevano parcheggiato la macchina a pochi metri e stavano avviandosi verso l’ingresso delle liste omaggio.
La fila che si propose davanti non era esageratamente lunga, solo che quegl?iper imbecilli buttafuori facevano entrare una persona ogni morto di papa, e in più le sceglievano con la simpatia di quel misero e agonizzante uccello miniaturizzato da pere anabolizzanti.
«Ragazzi porcaccia puttana non spingete!. Fate un passo indietro; INDIETRO!! … Cristo; mi fate pompare più di quanto pompo in palestra»
e voltandosi verso un altro pachiderma idiota faceva gonfiare sghignazzando la montagna di steroidi appisolata sotto la canottiera bianco-aderente.
«Anche qui è la solita musica. I bastardi fanno passare più paganti possibili e a noi che siamo omaggio vogliono lasciarci fuori fino all’una.»
La fila ingrossava a vista d’occhio, ma di persone ne entrava una ogni cinque minuti.
Ventiquattro e trentacinque; ventiquattro e quarantacinque; ventiquattro e cinquantacinque.
<>
La voce urlante della cassiera echeggiò infrangendosi addosso alle bestemmie della maggior parte dei presenti.
<<A questo giro gli siam'andati sette metri in culo Deri.»
«Si. per un pelo però. C?è mancato poco e a questi stronzi lasciavamo un bel centino.»
«Col cazzo! prima di lasciargli tutti quei soldi ti rubavo le chiavi e andavo a dormirmene in macchina.»
«Vabbè; ora però non rompere. Siamo dentro e non abbiamo speso un cazzo.»
Appena dentro riconobbero subito moltissima gente che era in fila nella lista riduzione a trentamila.
La moda trend imperversava in tutto lo stabile e nei cervelli sparsi.
Cornini sparpagliati sulle teste colorate; magliette aderenti dell'Adidas fosforescenti; occhiali scuri fatti a fascia coprenti completamente gli occhi; vere e proprie tute dell'A.N.A.S color arancio o giallo.
Questo l'abbigliamento standard degli uomini.
Per le donne marche e colori erano simili. Solo che esse la stravaganza se la cucivano addosso e l'ammiravano da trampoli alti circa quaranta – cinquanta centimetri.
A Derico piaceva molto quel tipo di vestiario, e appena trovava l'occasione giusta lo sfoggiava a suo modo.
Si misero a girare all'interno, vedendo che lo stabile era pieno solo per metà. La vera e propria serata doveva ancora cominciare.
Sui piatti della consolle giravano dischi ipnoticamente lenti con bassi ripetuti moderatamente.
Aveva ormai capito che quel tipo di musica particolare aveva un motivo mirato.
Essa infatti ogni minuto che passava diventava sempre più ritmica, veloce e incalzante.
Tutto ciò avveniva per permettere alla maggior parte dei ragazzi di far salire quello che aveva in corpo.
Col tempo Oseido aveva imparato che a una pasta occorre un certo periodo di tempo per far effetto; e che essa non lo fa in modo istantaneo, ma in maniera progressiva e sempre più veloce.
La salita era dunque aiutata da quel tipo di musica pre serata che alla fine si trasformava nel vero e proprio manicomio.
«Non te lo chiedo nemmeno; tanto so che non vuoi un cazzo. Vado a vedere se trovo qualcosa. Ci vediamo qui fra dieci minuti.»
E lo vide inghiottire dal corridoio che portava al prive.
Quella fu una delle cose che ad esempio non vide a sedici anni; il prive.
Tutte le discoacropoli dove si ballavano serate simili a quella, avevano una pista da ballo privata dove a volte era possibile anche sedersi a tavolino.
L'ingresso a esso non era concesso a tutti, ma solo a chi aveva le conoscenze necessarie per farlo.
La "crema" della discoteca si trovava in genere dislocata al suo interno.
Sui vari prive delle maggiori discoteche, volavano libere vere e proprie leggende.
Si diceva che alcuni di essi fossero mantenuti volutamente al bui come le dark roums di molti locali gay, per permettere vere e proprie orge; o che in altri tutto fosse lecito.
Fatto sta che per accedervi dovevi essere o amico o conoscente d'un amico addetto alle pubbliche relazioni. Sulla porta rigorosamente chiusa di quella parte elitaria di discoteca, vegliava senza sosta un armadio di circa due metri e mezzo per due che non faceva passare nessuno senza invito.
Si capisce dunque al volo che se nella pubblica sala tutte le volte era degenero……..
Con pugni tesi Oseido si stava facendo largo in un lungo corridoio che aveva alle pareti centinaia di specchi.
La gente che passava era relativamente tranquilla, ma già la pista si stava popolando dei primi ballerini.
Un ragazzo con gonnellino scozzese, anfibio nero dorso nudo e lampadine bianche fasciate sulle tempie, gli stava puntando i fasci di luce proprio sugli occhi
«Ma dove cazzo è Deri. Aveva detto dieci minuti ed e già mezz'ora che non si vede.
Speriamo non si sia fatto beccare da qualche buttafuori.»
L'una e quarantacinque.
«OSEIDO!»
una voce a venti centimetri di distanza dall'orecchio lo fece voltare
«Ah, finalmente! Credevo ti fosse andato male qualcosa»
«No, è tutto a posto. Andiamo a prendere da bere»
Visto che erano entrati omaggio la consumazione non era prevista. Dunque dovevano comprarla.
Diecimila per una coca era il minimo che potevano spendere.
«Proprio perché siamo entrati a sbafo! senno prima di dargli tutti 'sti soldi per una coca gli morivo di sete davanti al bancone.»
Dopo aver fatto la fila, presero i bicchieri avviandosi verso la pista e facendo attenzione che qualcuno non rovesciasse tutto per terra.
Arrivati vicino una cassa, Derico fece cenno con la mano di tenergli il bicchiere. Mise una mano in tasca tirando fuori il cellophan dal pacchetto di sigarette; dall'altra tasca estrasse due Superman blu; dette un morso a metà d'una di esse, bevve un sorso di coca e sigillò con l'accendino il resto nel plastico.
Erano le due e trenta. E ormai la musica tuonava al massimo del volume e della cattiveria facendo schizzare come molle tutti quelli che ballavano.
La maggior parte della gente era al top della forma e a Ose piaceva da matti stare lì in mezzo.
Ballava in modo strano, facendo sembrare il suo più uno sfogo che un divertimento.
A lui non servivano droghe sintetiche per fare ciò che tutti in quel momento stavano facendo. La carica era data da una sorta di rabbia repressa chissà da quanto; che in tali situazioni si liberava come una molla lunghissima compressa da secoli fra le dita d'un gigante.
Ballava come quelli che in corpo avevano due Micropunte.
«Che sono Deri?»
«Heeeeee??»
«CHE SONO??!!»
«SUPERMAN!!»
«E SONO BUONE??!!»
«ABBASTANZA!!!!»
In quell'occasione Derico era stato anche fortunato perché, quando si comprano le paste in discoteca il più delle volte o fanno schifo o sono delle inculate clamorose che danno effetti sbiechi.
La serata continuò indisturbata, e Oseido ballò accanto a Derico con una foga non normale.
Mentre ballava contò circa sei persone che cercarono di vendergli qualcosa senza successo.
Si dimenavano in mezzo a dischi tremendamente pesanti che conferivano alle persone cariche animali assurde.
Urli, fischi, mani che sbattevano, cori di vocali gridati all'impazzata; una folla di voci che rimbalzava nelle casse sparse un po' ovunque frantumandosi contro il suono di esse alla velocità della luce.
Scorrendo così, il tempo giunse fino alle quattro e quarantacinque. Derico fece cenno d'andare con lui verso l'uscita.
La gente adesso era completamente trasformata.
Lungo tutto il tratto costeggiante la pista, c?erano persone sedute o appoggiate al muro con facce cadaveriche che stentavano a somigliare a quelle di prima.
Gli occhi erano come stati presi a martellate, col sangue che al posto di colar via s'era immagazzinato nelle borse poco più sotto diventando nero come pece.
Quelli con occhiali non potevano comunque nascondere un sudore gelido che solcava il viso cadendo sulle maglie già fradice.
Le bocche erano tutte o quasi completamente irrigidite o storte, con la mascella andante su e giù in maniera ritmica e maniacale.
Spesso su qualche viso si poteva scorgere un tic ricorrente e variabile da persona a persona.
Questi corpi ormai senza energia si trovavano tutti in fase di scesa; e a toccarli sembrava di palpare il marmo quanto erano freddi.
Davanti al bancone, lo spettacolo era patetico.
Un ragazzo brutto e relativamente sano, palpava ogni parte del corpo d'un adolescente con occhi ribaltati, collo piegato, e muscoli di mani e piedi andanti per fatti loro.
La serata stava per finire, e il vocalist che per tutto il tempo aveva incitato con ritornelli scemi e frasi fatte il pubblico, annunciava l'orario di chiusura fissato per le cinque e trenta. Con una sorta di noncuranza gelida, quello stesso individuo anch?egli deforme, sentenziò che con trentacinqe milalire in più si poteva continuare a ballare fino alle quindici in uno stabile adiacente a quello.
La proposta includeva anche una lauta colazione merenda.
Era passata infatti da una settimana la legge per la quale gli after owar dovevano essere banditi. Questo però non impediva a nessuna discoteca di continuare la serata da un?altra parte.
Per evitare la calca i due uscirono con mezz'ora d?anticipo.
Barcollanti da tutto il bombardamento sonoro, portarono le mani alle spalle battendo i denti mentre s'avviavano alla macchina.
«Ce la fai a guidare subito? altrimenti stiamo un po' qui fermi a riposare.» «Tranquillo; t'ho sempre riportato a casa no? ce la faremo anche stanotte.»
Si fidava molto di Derico, e sapeva che quella domanda ricorrente era sempre stata superflua.
Le orecchie d'Oseido per tutto il viaggio fischiarono in maniera tremenda, e il suo udito funzionò per metà.
«Non ci sento per niente. E tu?»
«Nemmeno io. Mi fischiano da fare schifo.»
«Bella serata però, non credi?»
«He si. Hanno messo su proprio dei bei pezzi.»
Il ritorno a casa era sempre il più tragico in quanto stanchezza e sonnolenza volevano rapire ogni volta i suoi occhi.
Per Derico tali problemi non esistevano in quanto anche se stanco morto, si trovava quasi sempre sotto i residui effetti delle paste.
Il dormire per lui sarebbe stato preso in considerazione verso circa mezzogiorno.
« Uhmm?? si?? ciao Deri. Ci sentiamo per telefono.»
Percorse il vialetto di casa in una sorta d'ipnosi mistica come fanno nei film i sonnambuli.
Mancavano solo mani alzate ed occhi semichiusi che però stavano
velocemente diventando tali lungo il tragitto.
Con un attenzione maniacale infilò la chiave nella serratura cercando di non fare nessun rumore troppo acuto con la porta che s'apriva.
In punta di piedi, scalzo e al buio; percorse i diciannove gradini che lo separavano dalla mai cosi tanto amata camera da letto.
La preoccupazione maggiore al momento risiedeva nel non rompere con suoni bruschi o attacchi di tosse il meritato sonno di Rosa.
Chiudendo la porta al rallentatore, si sentì finalmente al sicuro e pronto per gettarsi nudo e a peso morto sul materasso.
Quando ritrovò il corpo immobile in una posizione simile a quella d'un uomo crocifisso, l'arcata alla base della schiena assieme a muscoli di collo e gambe, dettero scosse di dolore sopportabili ma fastidiosissime.
Il buio totale avvolgeva la stanza assieme al silenzio più nero. Eppure nelle orecchie la tanto desiderata pace stentava in maniera assurda a fare capolino.
I suoni che adesso vibravano insistenti dentro le orecchie erano ossessivi, persistenti, a tratti cupi.
Riecheggiavano ritmici come stessero dietro ai ticchettii d'un metronomo invisibile perfettamente posto sotto la nuca.
Quattro posizioni possibili per dormire non sembravano bastare, in quanto nessuna di esse riusciva nell'intento d'ucciderlo momentaneamente.
Sentiva le lenzuola come un ostacolo al sonno, ma non riusciva a stare senza loro. Rotolava sul pianale morbido in modo ripetitivo e con foga sempre crescente; aiutato da una sorta di nervosismo adirato pulsante in ogni momento.
<<Non è possibile. Ho ballato tutta la notte senza fermarmi un minuto, eppure mi sa che 'sta notte farò compagnia a Derico.»
Si trovò comunque, dopo tempo indefinito, in quella situazione di stasi ancora conscia che precede l'addormentamento.
Gli occhi, che fino a quel momento erano rimasti aperti a fissare il buio più terso; ora davano qualche cenno di cedimento come se le barriere poste all'esterno delle pupille si stessero abbattendo in maniera risoluta.
Come accadeva sempre quando s'addormentava, ritrovò il corpo nel mondo fatto d'assurdità apparente e adrenalinica a cui era stato affezionato sin da piccolo.
Quella fu una delle tante esperienze oniriche stranamente esaltanti ricordate nel tempo, che però non trovarono spiegazione alcuna all'interno di se stesso.
Con movimenti lenti ma sicuri, si stava facendo strada al buio d'una candela quasi spenta, palpando con mano pareti umide e vischiose.
Pian piano che i passi – uno dietro l'altro – conducevano in direzioni indefinite; s'accorgeva di tanto in tanto che il pavimento aveva spasmi improvvisi di tosse soffocata, per poi tornare immobile e statico.
Gli stipiti d'un grande portone apparivano sempre meno lontani e grandi; finché all'improvviso il corpo si trovò sul bordo d'una chiglia enorme di nave gigantesca solcante nebbia nerissima e densa.
La visuale della scena era quasi distaccata, come se il qualcuno a bordo dell'enorme Titanic non fosse lo stesso sognante.
Ma in cuor suo Oseido sapeva di trovarsi lì, senza capirne il motivo.
Un essere di cui non vedeva il viso veniva verso di lui senza parlare. Improvvisamente sentì di trovarsi in un punto a lui non concesso.
Un balzo verso la nebbia
«Tirirìrì; Tiririrì; Tiririrì »
« Uhmmm la sveglia »
Si alzò in maniera goffa dal letto, distruggendo le prime forze che dettero il buongiorno.
«Che sogno strano. Chissà cosa voleva annunciare.»
Così dicendo mise i piedi sul pavimento ghiacciato scostandoli dal tappetino accanto al letto, e s'infilò sotto una doccia gelata che tolse il respiro per poi restituirlo più vivo e vigoroso.
Riferimenti: oseido e demonia (capitolo 2)

Oseido e Demonia (capitolo 1)

25 Maggio 2005 Commenti chiusi

Le testimonianze ed i pareri dell?opinione pubblica si cominciarono a frastagliare sin da subito, e le ridenti ed amicali sponde toscane del fiume Cecina (locato nei pressi d?un paesino chiamato Pievescola) cominciarono a diventare una sorta di vaso di pandora del male..un po come avviene durante le prime fasi d?un buon horror alla Dario Argento..la musica di sottofondo che prima è un sibilo quasi inavvertito, si tramuta in una frazione di istante in un terremoto sensoriale che genera un climax estatico e raggelante. Se l?immagine è appropriata e si riesce a trovare il sound giusto, è possibile davvero generare in entrambi i casi paradiso e inferno.

Cercherò di essere il più oggettivo e lucido possibile, visto e considerato che tutto quello che sto scrivendo in questo momento l?ho vissuto in parte in prima persona.
Mi chiamo Kahil ed ho 33 anni. Sono stato assegnato al caso da circa quattro giorni…

CAPITOLO 1

Vortice impetuoso disprezzato da messi che si stagliano piano in orizzonti soli ed angosciati.
Cosi fu che OSEIDO vide riflessi allo specchio diciassette anni e un terzo, e tremando, non riuscì a fracassare al suo posto quel cuore impazzito voglioso d?urlare dalla bocca intrisa di morti singhiozzi.
La stranezza lui, sentiva appiccicarsela lievemente sotto la pelle e capiva – ogni sguardo altrui.
Capiva l’assedio maniacale di quegl’occhi estranei stancamenti indifferenti di vivere. Di come volessero costantemente ricordare che l’apparenza non conta, ” fin quando non diventi apparenza”.
Adesso era nudo; abbracciato a una collana d’argento terminante in un serpente senza testa. O meglio; tutti attribuivano a quella massa argentea avvolta stranamente, una figura di serpente.
Era nudo. Col corpo ormai formato d’adulto ma senza peli ne barba.
Levigato da anni d’allenamenti agonistici estenuanti che, al posto d’aver creato una macchina da tennis, avevano bollito ed esaltato costantemente ” MAGA” insicurezza e paura del confronto.
Respirò piano quel giorno.
Odiava respirare forte, come odiava urlare.
Ricordava infatti notti insonni passate fischiando dal petto un?asma bastarda tessitrice trappole al respiro e costringenti a sforzi cercanti ossigeno.
Si vestì controvoglia, cucendo addosso abiti gettati disordinatamente sulla sedia il giorno prima.
Quello fu il primo giorno di vacanza estiva ma, la contentezza venne soffocata dai postumi della sera prima.
Dentro se pensò che tutti gli altri dovevano essere ancora a letto considerata l’ora, così una voglia enorme di ricacciarsi fra lenzuola pregne di calura estiva lo rapì prepotentemente frastornandolo.
La vista dell’isola amica/nemica accucciata al centro virtuale della casa, fece ricordare miriade di sogni cari e bastardi srotolati piano in occhi simili a schermi cinematografici.
Socchiudendo lentamente la porta lo sguardo cadde sulla passata terza C e se n?andò con lei.
In un lampo le tredici e trenta del solito mattino qualunque, e quando mise fuori dalla porta i piedi avvolti in ruvide calze spugnose, il sole già alto e tremendamente lucente fece fare alle pupille un atto di ribellione terminante nel buio delle palpebre.
Appena la porta effettuò sull’asse rotatorio il valzer decisivo, ricacciò le pupille all’aperto con un breve sforzo, mettendo a fuoco la campagna circostante coi pochi curiosi vicini.
Lento ed assonnato, percorrendo il viale arrivò al motorino bianco della sorella dirigendolo verso il centro del paese. Il vento anche se estivo fu stranamente pungente e fresco per tutto il viaggio, e riportò la mente al gelido vento invernale dei mattini dicembrini; quando l’edificio scolastico e i compagni si congelano piano assieme al viso diventando statue ghiacciate e cristalline.
Il ricordo svenne appena la solita e sonnoleggiante piazza apparve davanti deformata dal peso delle pesche nerognole.
Come sempre anche quel giorno Oseido era solo; perso e immerso in pensieri lunghissimi che non permettono di salutare nessuno.
Non aveva veri amici.
Ne ebbe solo uno così, ma lo reputò “disperso frai granelli del passato”.
Pensò che mancavano pochi giorni alla partenza per il campeggio, e si domandò se anche quell’estate si sarebbe sgretolata frettolosamente come le altre.
A dire il vero non ne aveva mai passata una lontano da casa, se non quelle di quando era piccolo ed andava coi suoi in Calabria.
La sensazione di passare venti lunghi giorni con due amici, da solo, distante, fece sentire dentro un uomo che cercava d’uscire.
Mentre la vista dell’ipotetica libertà graffiava gli organi del piacere, si trovò sistematicamente davanti la sala giochi paesana.
Erano circa diec’anni che faceva arricchire controvoglia i padroni di quel buco; eppure senza saperne il perché vi tornava ogni volta dentro.
Chiese spesso a se stesso come mai amava tanto giocare con quegli affari, e a forza di chiederselo probabilmente lo stava capendo.
Forse era perché con un display non c’era bisogno di discutere sul da farsi; di dare spiegazioni falsate; di nascondere o mascherare ciò che si era realmente o s’aveva dentro. In pratica di sopportare.
Con quella ferraglia tutto era facile. Come con le puttane di colore che non sanno un filo d’italiano se non “fottere?’ “trombare?” “Cinquantamila”, e se la passano di notte, da sole, a migliaia di chilometri da casa con una dignità disfattamente depredata a morsi.
Oseido davanti ad essi si comportava esattamente come il cliente assetato di sesso. Inseriva a spregio il denaro nel buco e bussava forte coi diti sui tasti strattonando la manopola forsennatamente.
Davanti la scritta game over lasciava un?occhiata malvagia e se ne andava.
Così, assieme agli altri giorni, la vita scorreva veloce frai ricordi della scuola, i vecchi e nuovi “veri amici perduti”, i casini familiari e gli amati pensieri.
Lunghe, interminabili volte aveva chiesto a se stesso se quel parlare all’interno del cervello fosse normale.
Perché se non lo era, allora qualcosa nella testa non andava.
Se solo a lui capitava infatti di stare ore ed ore in silenzio , parlando con ciò che stava dentro, forse era una persona diversa. O, pateticamente, speciale.
Poteva essere per questo che forse non faceva ciò che agli altri piaceva fare.
Non sopportava ad esempio di aggregarsi a quella moltitudine di ragazzi a cui piaceva chiamarsi “Gruppo”, e si sentivano amici per sempre e si scambiavano gli “amori’ e consumavano giornalmente drammi al pari delle migliori telenovelas.
Si sentiva diverso.
Sicuramente peggiore, sicuramente più cretino degli altri.
Ma per questo – DIVERSO.
Amava troppo il silenzio per essere accettato dagli altri.
Era troppo attaccato all’amicizia per vedersela fuggire ogni volta di mano.
Per cui quello fu il primo ‘amore incontrato durante l’esistenza.
E si chiamò
Solitudine.

Dando un’occhiata che fuggiva all’orologio, vide lancette urlare le quattordici e venticinque.
Se la sua fosse stata una famiglia normale o almeno una famiglia, quell’ora sarebbe stata attribuita ad un post pranzo abbondante con magari una lunga chiacchierata fra parenti e un buon caffè.
Ma siccome la famiglia era quella d’Oseido; e per famiglia ci si riferiva a lui e a sua madre Rosa, allora le cose andavano diversamente.
Per Oseido il pranzo non era mai una cosa fissa; poteva infatti variare fra le tredici e le quattordici e trenta. Dunque si trovava in perfetto orario.
Il motivo di tali sbalzi era semplice, visto che tutto sembrava essere affidato a sua madre.
Lei doveva restare a lavorare nel negozio di parrucchiera finche non finiva l’ultimo cliente; poi doveva fare la spesa, pagare le bollette, ritirare i pacchi postali, cucinare, lavare, stirare e fare la madre quando il figlio tornava da scuola.
Tutto ciò deprimeva e faceva molto schifo a Oseido, il quale si sentiva molto spesso un peso enorme per le fragili ossa della donna.
Naturalmente non lavorava perché doveva studiare; ma con le mani in mano non c’era mai stato dall’età di quindic’anni.
Aveva fatto il cameriere, il panettiere, il viticoltore e il taglialegna par-time per non dover chiedere sempre i soldi.
Ma quella situazione lo deprimeva; e avvertiva che il suo aiuto risultava ininfluente. Bastava infatti vedere bollette di luce, acqua, gas e spazzatura di casa e negozio, per rendersi conto di come loro due annaspassero sempre a venti centimetri dalla riva.
Odiava quella situazione; ma ancor più odiava con cattiveria spaventosamente latente la figura che ce li aveva cacciati dentro. Ovvero suo padre.
Nella stranezza di quei pensieri incappava spesso davanti a quell’uorno dimenticato.
Era dall’età di undic?anni che non lo vedeva, sua sorella invece dall’età di diciassette.
Se solo lei avesse avuto la fortuna d’Oseido, forse adesso sarebbe diversa.
Diversa nel modo di parlare, d’urlare, di piangere, di essere donna, d’esistere.
Quei diciassette anni di vita furono un incubo psicologico e fisico continuo.
Lei non ne vuole mai parlare.
è come se avesse vissuto un’altra vita precedente fatta di cattiveria, per poi morire e reincarnarsi senza ricordi nell’adulta di quell?istante.
Oseido però, tale rimozione forzata all’interno della mente non la digeriva e dunque, stava male tutte le volte che un’immagine o un fatto riportavano alla memoria ciò che s’era verificato costantemente fra le mura domestiche.
Le sequenze che apparivano davanti erano troppe, e troppo bastarde per rievocarle tutte. Ma le più frequenti e rapide si distinguevano in quelle immerse in stati di terrore.
Il terrore, proprio lui.
Un lungo e vischioso serpente fatto a spirale che paralizza, e fa capire in un lampo quanto dimenarsi sia inutile.
Si trovavano spesso in tale situazione; e il serpente parlava esclusivamente con la voce del padre.
Il suono era calmo, prepotente, con accento marcato e strano; quasi inumano.
Tale voce prima della nascita dei figli, aveva comandato e troneggiato sull’animo di Rosa come il più feroce dei despoti.
Essere servito, riverito, pulito, asciugato, sfamato, soddisfatto, per lui era nientemeno che un dovere a cui la moglie doveva obbedire in silenzio.
Non s’accontentava mai. Voleva sempre di più, sempre più e senza rifiuti di nessun genere.
Non so come Rosa abbia fatto a mantenere inalterato quell’invidiabile equilibrio interiore. So solo che per questo e per molto altro, Oseido non potrà che amarla per sempre.
Penso spesso all’amore come una cosa sempre presente nei corpi, ma che a volte nasce muta e non può far udire le celestiali vibrazioni vocali.
Oseido quando era piccolo l’amore l’aveva sempre scambiato per affetto e dunque, per troppo tempo credette d’aver vissuto senza di esso.
Oggi sa che l’uno è figlio legittimo dell’altro e viceversa.
Dunque ha capito che entrambi Rosa glieli poggiava delicatamente ogni notte sotto al cuscino assieme ai baci dati col cuore.
Di suo padre però non ha ricordi simili, in quanto il modulo educativo era di quelli alla vecchia maniera.
Essendo nato in Calabria dopo la guerra, e all’età di otto anni affidato alle cure amorevoli della cinghia di cuoio del fratello; era cresciuto con la convinzione che la paura fosse la migliore consigliera del mondo.
Più si riusciva a incuterla e a farla nascere nell’animo di qualcuno, più tale persona avrebbe imparato l’ubbidienza, l’educazione e il rispetto.
In quei famosi diciassette anni per Menia, e undici per Oseido; la paura fu dunque l’amica principale in ogni istante di vita quotidiano.
C’era una paura diversa per tutto. Che si differenziava benissimo dal famoso terrore.
Forse a conti fatti, era meglio quest’ultimo in quanto più veloce e sbrigativo.
Quando provavano terrore infatti, era segno che la punizione sarebbe stata incombente ma liberatoria. Con la paura invece era differente.
Essa si provava ad esempio quando in una fredda notte invernale, verso le due e trenta stecchite, ci si trovava rannicchiato fra la lana delle coperte, e in sottofondo si sentiva tossire in maniera isterica Menia.
Ecco; proprio in quei casi la paura faceva assaggiare il suo sapore.
Era proprio all’ora che l’agonia continua solcava la sua strada prepotente fra le mura esterne delle casa, poi fra quelle interne, fra le coperte ed infine sul volto sudato d’Oseido.
C’è’ da chiedersi come mai una semplice tosse poteva provocare in una casa tanti casini ma; la casa era sotto il dominio di LUI.
Dunque anche un bieco sussulto poteva creare tragedia.
Non sarebbe infatti stata la prima volta che nella notte, lui si alzasse per recarsi fradicio d’insonnia al capezzale di Menia, urlando che in un modo o nell’altro il vizio di tossire gliel’avrebbe strappato dai polmoni.
La paura cresceva quando alla domanda
«Che cazzo ti ritrovi nella testa!, la merda?»
faceva spostare il letto alzandolo con un braccio e lasciandolo cadere a peso morto dov?era.
«La vuoi smettere o no di fare quel verso! Non ti sono bastate quelle dell’altra volta?» e con la mano tirava verso terra una ciocca di capelli mischiata alle lacrime.
«se ti fai sentire ancora giuro che…… »
e il discorso si chiudeva con l’aiuto della fantasia.
Mai una volta quella frase venne completata.
La maestria con cui riusciva a farli sentire delle nullità era da diplomare.
Arrivando dunque in tempo per il pranzo, si sedette nel posto davanti la televisione spenta ad aspettare il cibo.
Come spesso accadeva d?estate, l’appetito sembrava evaporargli come l’acqua nei ciottoli dei radiatori e dunque, già prima che il pasto fosse lasciato davanti alle orbite non aveva più fame.
Non sapeva per quale motivo in casi analoghi sentiva come se allo stomaco vuoto non arrivassero gli stimoli dell’appetito.
Percepiva i gargarismi lenti e rumorosi della pancia che cercavano di ricordare la fame ma, lei sembrava non voler combattere quei round.
Quasi sempre trovava il modo di dare a Gerry – il suo cane – ciò che non mangiava. Naturalmente non poteva farlo davanti alla madre, in quanto prima di buttar via qualsiasi cosa, se la sarebbe messa in tasca per consumarla pian piano.
Era un comportamento che amava molto in lei.
Capiva che veniva fatto da una persona a cui in tempo di guerra non erano mancate pene e molta fame.
Per questo non buttava mai nulla nella spazzatura, convertendo tutto in cibo per cani.
Fatto sta che quel giorno era uno di quelli in cui Gerry si trovava in paradiso, e lui molto, ma molto più giù.
Si sentiva come quando doveva essere felice per forza non riuscendoci.
Ma Cazzo:
iniziavano tre mesi di ferie scolastiche; doveva partire per le vacanze tempo due giorni; il tempo era buono, col sole che sembrava ferragostano; eppure aveva l’umore da fare schifo.
Col passare degli anni si stava sempre più accorgendo che quello stato d’animo era la parte prevalente di se stesso e dunque, doveva accettarla.
Poteva essere che il destino avesse riservato per le sue ossa un?esistenza fatta per lo più di sofferenza interiore.
Malgrado gli sforzi di accettarlo però, in quel momento non poté che porsi la fatidica domanda.
PERCHE?
Già, perché lui non poteva fare come gli altri che quando si sentono soli vanno a sfogarsi con qualcuno? Per quale dannato motivo si teneva ogni schifoso granello dentro?
Era come un formicaio d’operaie che immagazzina merda per l’inverno. Sapeva che tanto prima o poi sarebbe scoppiato.
Il fatto era che non voleva far vedere l’esplosione a nessuno.
Decise per quelle due rimanenti giornate di non deprimersi ulteriormente; e visto che si trovava in pieno sabato, prese in mano frettolosamente il telefono componendo il numero di DèRICO.

Riferimenti: Oseido e Demonia (capitolo 1)

Benvenuti

19 Maggio 2005 1 commento

Benvenuto a te, o viandante sperduto del web. Considera questo spazio come un punto caldo in un mondo di ghiaccio. E ricorda, chi dice di combattere il sistema dall’interno è già COMPLICE. (Salvador allende)
Riferimenti: BENVENUTO tu sia